Domenica, 21 Aprile 2019

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Sostegno a imprese e startup: da Renzi poco più di niente

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Al di là dei proclami trionfalistici del precedente governo, la verità sul sostegno alla imprenditorialità e alle startup è soltanto una: nulla di sostanziale è stato fatto! L’agenda del governo uscente infatti ha messo quale obiettivo prioritario il trasferimento di un flusso di incentivi all’industria tradizionale, già consolidata, al fine di stimolare l’introduzione delle tecnologie digitali nei processi produttivi. Il piano di incentivi è stato denominato con grande enfasi “Industria 4.0”, come a voler indicare un’avveniristica e per certi versi “fantascientifica” politica industriale. In realtà, se analizzato nella sostanza, il piano “Industria 4.0” non è nient’altro che una rivisitazione della vecchia “Legge Sabatini”, una legge promulgata dal democristiano Armando Sabatini per favorire l’innovazione tecnologica nelle piccole e medie imprese nel 1965, in salsa del nuovo millennio. Niente più di un restyling di qualcosa di vecchio e già visto, come molte altre iniziative del precedente governo, che poi vi ha semplicemente applicato un rebranding per venderle meglio al pubblico e al proprio elettorato di riferimento (il “target”, direbbero i precedenti governanti…).  Per carità, nulla da dire sulla opportunità, divenuta necessità, di sostenere un sistema industriale sfiancato da anni di terribile crisi economica e finanziaria. Ma da qui a dire che si è messo a punto un grande e nuovo disegno di politica industriale ce ne passa. Per chi guarda alla sostanza, “pane al pane e vino al vino”, e non si lascia trasportare da facili illusioni e da cosmesi legislativa, molti sono i limiti e i punti critici della politica industriale del precedente governo. Il primo e il più palese è legato alla politica industriale (la “policy”, nella definizione anglosassone dei precedenti governanti) per l’imprenditorialità e per le startup. Su questo punto i governi recenti (Letta, Renzi, Gentiloni) hanno fatto poco o praticamente nulla, tanto è vero che nell’ultimo anno gli investimenti nel settore delle startup in Italia sono scesi del -23% (fonte: StartupItalia).

L'ITALIA PERDE TERRENO. L’Italia, già molto indietro rispetto alle altre nazioni europee con cui si confronta come Germania, Francia e Spagna, ha perso ulteriore terreno. E la distanza (“gap”, direbbero i precedenti governanti) dai cugini europei assume sempre di più i tratti di una voragine incolmabile. In Italia infatti, stando alle ultime statistiche disponibili, solo 100 milioni di euro all’anno vengono investiti in startup, contro i ben 2,7 miliardi di euro investiti in Francia, i 2 miliardi investiti in Germania e gli oltre 600 milioni investiti in Spagna. Il mancato investimento in questo ambito avrà però pesanti ripercussioni per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese nel lungo termine. Infatti, agevolare gli investimenti in nuova imprenditorialità e startup, che possano beneficiare dei nuovi ritrovati scientifici e tecnologici, significa costruire le fondamenta per la società e la struttura economica del domani. Di contro, rendersi indifferenti verso questo settore e non sostenerne gli sforzi significa minare pesantemente le basi del futuro prossimo. Dare alcuni incentivi all’industria tradizionale, tra l’altro limitati nel tempo, come nel caso del programma “Industria 4.0” può smuovere un po' l’economia nel breve, con un miglioramento dell’efficienza produttiva delle aziende tradizionali, ma non incide più di tanto sulla competitività e sullo sviluppo industriale nel lungo periodo. Dimenticarsi del sostegno alla nuova imprenditorialità significa in sintesi disincentivare la rigenerazione imprenditoriale nonché generazionale del tessuto economico nazionale. Parafrasando, con questi interventi dell’“Industria 4.0” si è rizzollato il terreno ma non sono state modificate le coltivazioni, non sono state cioè utilizzate nuove sementi e nuove conoscenze scientifiche per favorire delle nuove colture.

BARONISMO IMPERANTE. I nuovi ritrovati scientifici frutto di intense ricerche da parte dei ricercatori delle migliori università italiane rimangono pertanto “lettera morta” negli archivi accademici e le stesse università non beneficiano di un circolo virtuoso imperniato sul finanziamento mediante trasferimento tecnologico all’industria. Un circolo che esalterebbe la meritocrazia e lo smaltimento del baronismo imperante. L’università invece rimane ampiamente sussidiata con forte beneficio per i mediocri e i padrini-padroni delle cattedre che vivono di rendita sui trasferimenti pubblici, e non certo sulle capacità delle loro università di valorizzare e vendere la ricerca al privato ottenendone lauti compensi. Anche sull’università infatti il precedente governo ha buttato, come al solito, finanziamenti a “pioggia” con valutazioni dei prodotti della ricerca, alla base delle classifiche per l’attrazione di fondi pubblici, a dir poco discutibili. Per non dire poi dei pochi incentivi o meccanismi di stimolo all’investimento in startup. Se guardiamo nel dettaglio questi incentivi troviamo interventi marginali e spesso mal calibrati. Si pensi solo alla possibilità data alle startup innovative di accedere a finanziamenti bancari garantiti dal Fondo Centrale di Garanzia.

SULLE STARTUP LA LEGGE PARLA CHIARO. La legge parlerebbe chiaro: per la startup è offerta la possibilità di accedere in modo “prioritario” ai finanziamenti bancari mediante una istruttoria “semplificata, gratuita e diretta”. Tale istruttoria permetterebbe ai neoimprenditori di accedere al Fondo Centrale di Garanzia, che copre fino all’80% del credito erogato dalla banca alla startup innovativa, fino ad un massimo di ben 2,5 milioni di euro! Sembrerebbe quindi una grande agevolazione data al mondo degli startupper, per dimensione e modalità di facilitazione del credito…Nella realtà chi ha seguito queste pratiche di finanziamento delle startup innovative sa che le banche si guardano bene dal finanziare le neo imprese senza chiedere garanzie aggiuntive. Anche le banche di maggiori dimensioni guardano con sospetto le imprese di nuovo formazione, a causa degli alti rischi che portano con sé. Pertanto, le procedure attivate dalle banche per il finanziamento delle startup non si discostano quasi per nulla dalle istruttorie previste per le imprese tradizionali. In molti casi le banche, anche quelle più grandi e definite “di sistema”, applicano una istruttoria rigorosa esaminando il rating della neo impresa proponente (che non potrà che essere per forza di cose “basso” visto che si tratta di nuova impresa!) e richiedono che i soci prestino garanzie personali anche pari al 100% del finanziamento richiesto. In buona sostanza ciò che è previsto dalla legge per il sostegno al finanziamento creditizio delle startup rimane anch’esso “lettera morta” e le banche che si prestano a finanziarle erogano solo qualche migliaia di euro. Solo in rari casi le banche si spingono ad erogare qualche centinaia di migliaia di euro alle startup innovative purché a fronte di cospicue garanzie. D’altronde va anche detto che, per sua stessa natura, il credito bancario non è il canale adeguato e coerente per il finanziamento alle nuove imprese.

STIMOLARE IL CAPITALE PRIVATO: COME? Piuttosto, ad essere stimolato all’investimento su questo settore dovrebbe essere il capitale privato, più in linea con la tipologia di investimento in startup rispetto a quello bancario. Anche su questo il precedente governo ha fatto ben poco, con incentivi che se effettivamente misurati mostrano la scarsa portata degli interventi a favore del finanziamento delle startup con capitale privato. Infatti, gli incentivi previsti per il capitale privato consentono a chi investe il proprio capitale in startup di poter beneficiare di una detrazione dell’Irpef pari al 30%. Potrebbe apparire un grande incentivo, ma se lo applichiamo anche all’aliquota Irpef più elevata (del 43%), immaginando un soggetto investitore molto benestante, ci accorgiamo che il risparmio effettivo di imposta è solo di poco più del 12% (43%*30%). Quindi un investitore che investe 50.000 € ne trarrà un incentivo, in termini di risparmio di imposta, di soli 6.000 € e per di più spalmati in più anni. Non è certo questo un grande incentivo all’afflusso di capitale privato! Cosa diversa sarebbe prevedere una detrazione fiscale di almeno il 50%, in quel caso il recupero d’imposta si eleverebbe al 20% e per gli investitori la questione si farebbe certamente più interessante. Spesso nei dibattiti televisivi o sulla stampa i membri del governo uscente hanno usato l’aggettivo “coraggioso” per qualificare il loro governo. Dai numeri citati non sembra proprio che il governo sia stato coraggioso e lungimirante. Un governo coraggioso avrebbe assunto posizioni più radicali per un sostegno forte all’economica e per mettere a punto una politica industriale realmente rivoluzionaria e di lungo termine. Qualche progetto di lungo termine dotato di visione strategica è stato avvallato, come lo Human Technopole, con un possibile forte indotto sul connubio ricerca-startup. Ma in realtà il governo uscente non vi ha immediatamente fatto confluire ampie risorse, ma ha di nuovo venduto come “odierno e immediato” un progetto che andrà a rateizzare nel futuro. Il governo si è impegnato infatti a dedicare al progetto Human Technopole 100 milioni di euro all’anno per 10 anni. Ma se è davvero un progetto strategico perché questo miliardo non è stato subito messo sul tavolo? Certo si può usare l’aggettivo “coraggioso” ma con un'altra accezione. Il governo uscente può certamente definirsi “coraggioso” per le scelte ad esempio fatte mettendo decine miliardi a disposizione per il salvataggio di banche locali ormai decotte. Banche i cui dirigenti avevano tra l’altro messo in atto l’intero ventaglio delle cattive pratiche di gestione bancaria, finanziando progetti mai realizzati, iniziative immobiliari insostenibili e perpetuando finanziamenti ad aziende ormai in stato di evidente dissesto. La politica sulle banche fatta dal governo precedente è stato il vero emblema della politica governativa sull’innovazione: sono stati buttati miliardi di euro su banche decotte anziché sostenere le startup e le nuove forme di impiego del nascente settore Fintech, un settore capace di portare innovazione e rigenerazione imprenditoriale nel vecchio e antiquato sistema creditizio italico.  Questa la realtà dei fatti. Di sostegno vero all’imprenditorialità e alle startup neanche una pallida ombra, nonostante i proclami e i restyling.